La nuova generazione di test del PSA

L’introduzione dell’antigene prostatico specifico totale (tPSA) nella pratica clinica ha consentito la diagnosi precoce del carcinoma prostatico portando ad una significativa riduzione della mortalità per questo tumore. Nonostate ciò l’utilizzo del tPSA per lo screening è ancora controverso per il significativo rischio di diagnosticare tumori non pericolosi per la vita (overdiagnosi) e per l’inabilità a diagnosticare alcuni tumori ad alto rischio.

 

Il tPSA è una variabile continua vale a dire che maggiori sono i valori maggiore è la probabilità di diagnosticare un tumore prostatico. Non esiste quindi un valore soglia al di sotto del quale si può escludere la presenza del tumore. Inoltre un tPSA elevato non significa necessariamente che è presente un carcinoma perché l’ingrandimento della prostata (ipertrofia prostatica benigna) o l’infiammazione possono altrettanto aumentarne i valori. Questo problema, chiamato in termini tecnici “bassa specificità” del test, ha indotto la ricerca di ulteriori test in grado di discriminare meglio tra tumore e altre cause di tPSA elevato.

La percentuale di PSA libero (%fPSA) è stato dimostrato avere una specificità migliore del tPSA. Tuttavia negli ultimi anni la ricerca ha puntato molto sullo studio di nuove forme di PSA o altri test che consentissero di aumentare la specificità del tPSA.

 

Il Prostate Health Index (PHI; Beckman Coulter, Brea, CA, USA) è un algoritmo basato su differenti isoforme del PSA: [-2]pro-PSA, tPSA e fPSA. Questo test ha dimostrato di migliorare l’accuratezza del tPSA e %fPSA nel predire la presenza di un carcinoma prostatico alla biopsia e la sua aggressività. Il PHI è già disponibile in alcuni centri italiani.

 

Il PCA3 (Progensa, Gen-Probe, San Diego, CA, USA), anch’esso già disponibile in Italia, è un test che implica il dosaggio di una molecola nelle urine ottenute dopo massaggio prostatico. Esso viene utilizzato soprattutto quando, in presenza di PSA elevato e una pregressa biopsia negativa per tumore, è necessario valutare la necessità di una ulteriore biopsia prostatica.

 

Recentemente è stato dimostrato che il PCA3 non migliora l’accuratezza diagnostica quando viene utilizzato insieme a PHI. Gli autori concludono quindi che il PHI potrebbe essere un biomarker migliore del PCA3. Lo studio però ha alcune limitazioni e deve essere confermato da ulteriori ricerche.

 

Il più recente test, denominato il “panel delle quattro kallikreine” (che incorpora la valutazione di tPSA, fPSA, PSA intact e kallikrein-related peptidase 2) ha dimostrato di essere utile per discriminare meglio tra il tumore prostatico aggressivo e quello clinicamente non significativo. Tuttavia questo test non è ancora disponibile in commercio.

 

Mentre sempre nuovi “multiplex PSA test” vengono proposti è necessario però fare alcune considerazioni: i medici sono abituati ad utilizzare il tPSA e potrebbero essere diffidenti e meno esperti nell’utilizzare queste “nuove proposte”; non è stata ancora accertata quale sia la variabilità intraindividuale nel tempo dei multiplex PSA test, né la loro correlazione con ipertrofia prostatica e infezioni; il tPSA continuerà ad essere utilizzato per il follow up dei pazienti sottoposti a trattamento per carcinoma prostatico. Inoltre sono da considerare anche i costi aggiuntivi che i multiple PSA test comportano.

 

Probabilmente questi nuovi test aiuteranno a diminuire la necessità di eseguire molteplici dosaggi del tPSA nel corso della vita e questo potrebbe giustificare i costi aggiuntivi.