Urologo e andrologo ad Alba (CN), Italia, si occupa di chirurgia mini-invasiva, endoscopia, laser, chirurgia andrologica, protesi del pene e chirurgia dell'incontinenza urinaria

Il Dr. Francesco Varvello svolge la propria attività chirurgica presso il presidio ospedaliero San Lazzaro dell'ASL CN2 ad Alba (CN). I suoi principali campi di interesse sono la chirurgia andrologica (corporoplastica, protesi del pene), la chirurgia laparoscopica, l'endourologia, le tecniche laser per il trattamento dell'adenoma prostatico, il trattamento della incontinenza urinaria maschile, i tumori del rene.

Biopsia prostatica, visita urologica, visita andrologica 

Nel sito potete trovare alcune pagine di presentazione dello specialista, tutte le pubblicazioni scientifiche e le presentazioni personali tenute a congressi e convegni. 

Vengono trattate le principali malattie urologicheandrologiche e di medicina sessuale senza nessuna pretesa scientifica nè di completezza. L'obiettivo è  quello di spiegare in maniera semplice e utilizzando una terminologia meno tecnica possibile i temi urologici, andrologici e di medicina sessuale di comune interesse. Oltre alle nozioni teoriche, contenute in tantissimi siti dedicati alla materia, il sito cerca di fornire risorse pratiche utili ai pazienti: schede informativequestionari sintomatologiciistruzioni terapeutiche, indicazioni per il reperimento e utilizzo di dispositivi medici, recensioni di libri e applinks a risorse esterne.


BLOG

mer

16

nov

2016

Prostatite cronica: l'agopuntura è efficace.

La prostatite cronica, nota anche come sindrome del dolore pelvico cronico, rappresenta una entità clinica di frequente riscontro ed è caratterizzata da sintomi dolorosi nella regione della prostata che perdurano per almeno 3 mesi, in assenza di infezione delle vie urinarie. La prostatite cronica si associa spesso a conseguenze negative di tipo cognitivo, comportamentale, sessuale e emozionale come pure a sintomi suggestivi per disfunzioni sessuali e del basso apparato urinario. La terapia farmacologica della prostatite cronica prevede l’utilizzo di varie categorie farmacologiche: antibiotici, anti infiammatori non steroidei, alfa litici e farmaci neuromodulatori. Purtroppo le cause e la patogenesi di questa complessa entità clinica non sono completamente chiare, pertanto la prostatite cronica/sindrome del dolore pelvico cronico rappresenta una delle malattie meno comprese in urologia, una vera e propria sfida per gli operatori sanitari data la sua scarsa risposta alla terapia.

 

Nei paesi asiatici da molti anni l’agopuntura viene proposta come forma di terapia complementare per il trattamento di molte malattie urologiche, ma la conoscenza della sua reale efficacia è stata da sempre limitata, in considerazione del ridotto numero di studi clinici randomizzati controllati disponibili. Nel 2012 una revisione sistematica della letteratura scientifica sull’argomento concludeva che i risultati dell’agopuntura erano incoraggianti. Negli ultimi due anni sono stati pubblicati diversi studi clinici sull’utilizzo dell’agopuntura per il trattamento della prostatite cronica/sindrome del dolore pelvico cronico. Una recente revisione sistematica e metanalisi ha analizzato i risultati degli studi di migliore qualità fino ad ora pubblicati sull’argomento.

 

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ven

23

ott

2015

Flibanserin è ora disponibile negli USA: aiuterà a migliorare la vita sessuale delle donne?

Flibanserin, il primo e unico farmaco con indicazione al trattamento delle donne in premenopausa con riduzione della libido, è da pochi giorni disponibile negli USA, dopo un lungo e controverso iter che ha portato alla sua approvazione FDA il 18 agosto 2015. L’uscita del farmaco sul mercato, il cui nome commerciale è Addyi, rappresenta un risultato storico per la medicina della sessualità, in particolare per la salute sessuale femminile. Nonostante il lungo dibattito che ha accompagnato l’approvazione del flibanserin, ciò che molte donne desiderano sapere è se il farmaco aiuterà o meno la loro vita sessuale.

 

Mentre le problematiche sessuali possono essere difficili da discutere per molte donne e i loro partner, è importante riconoscere che il sesso e l'intimità sono alcune delle esperienze straordinarie dell'essere umano. Quando il sesso va male, e ciò avviene per le donne molto più spesso di quanto possiamo immaginare, le conseguenze possono devastare le relazioni personali e la salute personale. Uno dei più grandi meriti della FDA è quello di aver riconosciuto che il trattamento delle disfunzioni sessuali femminili è una necessità clinica ancora oggi insoddisfatta.

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dom

18

ott

2015

Vitaros, innovativa opportunità terapeutica per la disfunzione erettile

Da pochi giorni è disponibile anche in Italia Vitaros, farmaco per uso topico che offre una nuova alternativa terapeutica ai pazienti che soffrono di disfunzione erettile. Il principio attivo alprostadil, analogo della prostaglandina PGE1 ad attività vasodilatante, è da tempo conosciuto per la sua azione locale pro-erettile e viene da tempo impiegato in formulazioni iniettive (iniezioni intracavernose) e topiche intrauretrali (gel intrauretrale). Qual’è la novità? Vitaros associa al suo interno alprostadil con DDAIP (dodecil dimetilamino propionato) che permette alla cute e alle mucose del pene di assorbire rapidamente il principio attivo. L’effetto del farmaco infatti compare già dopo 5 minuti dalla somministrazione e perdura fino a 2 ore.

 

Vitaros è commercializzato sotto forma di crema 3 mg/g in contenitori monodose dotati di stantuffo. L’applicazione della quantità predosata di farmaco avviene apponendo la crema sul meato uretrale mantenendo il pene in posizione verticale per circa 30 secondi, in modo tale di favorire la penetrazione del farmaco. In caso una piccola quantità di crema fosse eccedente può essere spalmata sulla cute circostante il meato. Il farmaco deve essere conservato in frigorifero ma le bustine possono essere tenute a temperatura ambiente (entro i 25°) fino a 3 giorni prima dell’utilizzo.

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lun

20

ott

2014

Sclerosi multipla: come può alterare la sessualità?

La sclerosi multipla è una malattia che colpisce il sistema nervoso centrale, che include il cervello e il midollo spinale. Nella sclerosi multipla il sistema immunitario dell’individuo attacca le cellule che formano la guaina mielinica, il rivestimento cellulare che protegge i neuroni. Un danneggiamento della guaina mielinica ostacola la trasmissione dei segnali nervosi tra il cervello e le altre parti del corpo. In questo modo i segnali nervosi vengono trasmessi più lentamente oppure non riescono per nulla a raggiungere la loro destinazione.

 

Secondo le stime della National Multiple Sclerosis Society, più di 2.3 milioni di persone nel mondo sono affette da sclerosi multipla.

 

Il sistema nervoso centrale riveste un ruolo importante nella risposta sessuale dell’individuo. Per esempio, quando un uomo è stimolato sessualmente, un messaggio nervoso parte dal cervello e va a stimolare l’erezione del pene. Per una donna, il messaggio stimola la lubrificazione vaginale, preparando il suo corpo per l’attività sessuale. La sclerosi multipla può interferire con la trasmissione di questi segnali nervosi.

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ven

16

mag

2014

La cannabis altera la funzione sessuale maschile?

La cannabis (marijuana) è una delle sostanze illecite più largamente utilizzate. Questa sostanza può avere multipli effetti deleteri sulle funzioni fisiologiche, i più comuni dei quali riguardano il sistema nervoso centrale. Il metabolita attivo della cannabis, il tetraidrocannabinolo (THC), può agire sul sistema nervoso centrale come stimolante, depressivo o allucinogeno. A breve termine i principali effetti sono l’alterazione delle percezioni e dell’umore. Inoltre la cannabis produce alterazioni come: l’aumento della frequenza cardiaca, la riduzione della pressione arteriosa, della memoria episodica a breve termine, della coordinazione psicomotoria e della concentrazione. Gli effetti a lungo termine non sono esattamente noti.

 

La ricerca ha individuato due tipi di recettori per i cannabinoidi. CB1, presente nel sistema nervoso centrale, è coinvolto nella modulazione della risposta sessuale attraverso vari meccanismi. CB2, presente nei tessuti periferici, è stato individuato anche nel tessuto nervoso dei corpi cavernosi (tessuto erettile del pene) dei primati e degli uomini. Tuttavia il ruolo dei recettori per i cannabinoidi nella regolazione della funzione sessuale non è ancora stato precisamente identificato.

 

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ven

09

mag

2014

Il dosaggio del testosterone libero è sempre utile? Quando è affidabile?

Interpretare i dati di laboratorio per la diagnosi di ipogonadismo (carenza di testosterone) non è sempre facile. I livelli sierici di testosterone sono soggetti a variazioni temporali, nell’arco della giornata, delle stagioni, e in correlazione all’età. Alcune malattie e l’assunzione di farmaci come gli oppioidi e i glucocorticoidi possono temporaneamente variare la concentrazione ematica di testosterone. Inoltre le variazioni della SHBG (proteina legante gli ormoni sessuali), anch’esse legate all’età, ad alcune malattie e all’assunzione di farmaci, possono modificare la concentrazione di testosterone totale. Per questi motivi si consiglia: di eseguire il prelievo di sangue nelle prime ore della mattina, quando i livelli di testosterone sono più alti; di evitare il prelievo durante malattie acute o in corso di specifiche terapie; di eseguire almeno due dosaggi nei caso i livelli di testosterone risultassero bassi oppure nella norma nonostante sintomi di ipogonadismo.

 

Per il dosaggio del testosterone esistono diversi metodi di laboratorio, ognuno con le proprie caratteristiche, pregi e difetti. Inoltre le popolazioni di individui su cui sono stati determinati i range di normalità differiscono tra i vari tipi di metodi. Questo spiega l’esistenza di diversi limiti di riferimento indicati da diversi laboratori. Per uniformare il più possibile l’interpretazione dei livelli di testosterone totale le più importanti società internazionali di andrologia, endocrinologia e urologia hanno espresso un consenso: valori superiori a 350 ng/dl non richiedono terapia; valori inferiori a 230 ng/dl possono richiedere terapia; in caso di valori tra 230 e 350 ng/dl è necessario conoscere anche i livelli di testosterone libero.

 

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ven

02

mag

2014

Alprostadil intrauretrale: terapia alternativa per la disfunzione erettile

Quando la terapia orale per la disfunzione erettile è inefficace o controindicata l’alprostadil (prostaglandina E1) rappresenta l’alternativa farmacologica di più frequente utilizzo e l’unica ad aver ottenuto l’indicazione specifica in scheda tecnica. La via di somministrazione più utilizzata è l’iniezione intracavernosa, il paziente deve quindi iniettare il farmaco direttamente nei corpi erettili del pene. Sebbene la procedura sia molto semplice, non dolorosa né pericolosa, molti pazienti mal tollerano l’idea di eseguire l’iniezione nel pene. Inoltre le iniezioni intracavernose possono avere effetti collaterali come: sanguinamento dal sito di puntura, formazione di fibrosi dei corpi cavernosi ed eventualmente incurvamento del pene e l’induzione di priapismo (erezione prolungata e dolorosa).

 

Non tutti sanno che esiste una via di somministrazione alternativa per l’alprostadil: l’applicazione intrauretrale. MUSE (Vivus, Menlo Park, CA, USA) è stato introdotto nel 1997 come dispositivo intrauretrale per il trattamento della disfunzione erettile, ma solo negli ultimi anni è stato commercializzato in Italia (da Meda Pharma). MUSE è l’acronimo di: Medicated Urethral System for Erections. Il principio attivo è contenuto in una sorta di pellet, delle dimensioni di un chicco di riso, che tramite uno specifico applicatore viene inserito nel primo tratto dell’uretra maschile. L’80% di alprostadil veicolato attraverso MUSE viene assorbito attraverso la mucosa uretrale entro 10 minuti e, grazie alla diffusione per via ematica, raggiunge i corpi erettili del pene stimolando la vasodilatazione. L’erezione che si sviluppa dura almeno 30 minuti, di solito non più di un’ora.

 

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ven

25

apr

2014

Sorveglianza attiva degli angiomiolipomi renali

Un recente studio, pubblicato sulla rivista scientifica BJU International, ha indagato l’efficacia della sorveglianza attiva degli angiomiolipomi renali. Se il trattamento delle lesioni è indubbiamente necessario in caso di dolore, sanguinamento o sospetto di lesione maligna, le indicazioni al trattamento dei pazienti asintomatici e in assenza di complicanze non si basano su evidenze solide. Infatti gli studi sulla sorveglianza attiva degli angiomiolipomi renali sono pochi e riguardano limitate casistiche di pazienti. Le attuali linee guida dell’Associazione Europea di Urologia segnalano che l’intervento profilattico è giustificato in caso di lesioni superiori a 3-4 cm, nelle donne in età fertile e in pazienti per i quali il follow up o l’accesso a un dipartimento di emergenza possano non essere adeguati.

 

Lo studio, eseguito presso il Glickman Urological and Kidney Institute di Cleveland (OH, USA), ha preso in analisi 130 pazienti con diagnosi di angiomiolipoma renale, per i quali era stato deciso di non eseguire alcun trattamento a meno che non fossero insorti sintomi o complicanze. Al momento della diagnosi 102 pazienti erano asintomatici, 15 avevano presentato dolore al fianco e 13 presenza di sangue nelle urine. La sorveglianza attiva prevedeva una tc addome a 6 e 12 mesi dalla diagnosi, in seguito una volta l’anno. In caso di comparsa di sintomi o complicanze si sarebbe proceduto a un trattamento attivo. Dopo una media di 49 mesi di follow up 17 pazienti (13%) hanno richiesto trattamento, rappresentato nella maggior parte dei casi da una embolizzazione selettiva (64.7%) o da una nefrectomia parziale (29.4%). I fattori predittivi per la necessità di trattamento sono stati principalmente la dimensione dell’angiomiolipoma e la presenza di sintomi alla diagnosi. In altre parole i pazienti con le lesioni più voluminose e quelli sintomatici hanno le maggiori probabilità di dover sospendere la sorveglianza per essere trattati. Le principali cause che hanno reso necessario il trattamento sono state: dolore al fianco, crescita della lesione documentata alle tc di controllo, emorragia retroperitoneale, preferenza del paziente e macroematuria (presenza di sangue nelle urine, visibile a occhio nudo).

 

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ven

18

apr

2014

Ulteriori evidenze a favore dell’utilizzo degli estensori penieni per il trattamento della malattia di Peyronie

L’utilizzo degli estensori penieni è una delle tante opzioni terapeutiche descritte per il trattamento della malattia di Peyronie. Gli studi che ne hanno valutato l’efficacia e la sicurezza si basano su casistiche di pazienti poco numerose. Inoltre i risultati di questi studi non sono sempre concordi. Per questi motivi le linee guida (EAU 2012) forniscono per ora deboli raccomandazioni per l’utilizzo degli estensori nella malattia di Peyronie.

 

L’estensore penieno è un dispositivo in grado di mantenere in trazione l’asta del pene consentendo un vero e proprio stretching dell’organo. Il razionale di questa terapia si basa sul principio della meccanotrasduzione, un processo cellulare che traduce gli stimoli meccanici in segnali chimici che portano all’attivazione della proliferazione cellulare. I primi studi clinici effettuati hanno evidenziato che gli estensori penieni sono in grado di ridurre la deformità del pene e incrementare la sua lunghezza, senza creare effetti collaterali.

 

The Journal of Sexual Medicine ha pubblicato a febbraio 2014 un interessante studio prospettico controllato non randomizzato condotto in Spagna dal Dott. Martìnez-Salamanca. Il gruppo di trattamento (55 pazienti con malattia di Peyronie che avevano accettato di sottoporsi alla terapia con estensore penieno) è stato confrontato con il gruppo di controllo (41 pazienti con simili caratteristiche patologiche ma che non avevano accettato di sottoporsi ad alcuna terapia). Nel gruppo trattato i pazienti dovevano indossare l’estensore penieno quotidianamente per almeno 6 ore al giorno (non più di 9 ore), evitando le ore di sonno, per almeno 6 mesi consecutivi. Inoltre i pazienti dovevano rimuovere l’estensore per almeno 30 minuti ogni 2 ore per evitare che la trazione prolungata producesse lesioni ischemiche del glande.

 

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ven

11

apr

2014

Incontinenza urinaria da stress del maschio: opzioni chirurgiche

L’incontinenza urinaria viene definita da stress quando si verifica a causa di una debolezza delle strutture anatomiche o dei meccanismi adibiti al contenimento delle urine. Le perdite si verificano quindi in tutte le situazioni in cui la pressione all’interno della vescica supera l’indebolita pressione di chiusura dello sfintere e delle strutture di supporto. Nel maschio l’incontinenza urinaria da stress si verifica quasi esclusivamente come conseguenza di interventi chirurgici sull’uretra e sulla prostata. La causa di gran lunga più frequente è la prostatectomia radicale, intervento eseguito per la cura del tumore della prostata.

 

La riabilitazione del pavimento pelvico, che si prefigge di consolidare le strutture muscolari deputate alla continenza, è la prima linea terapeutica indicata, ma non sempre è sufficiente. In seconda istanza viene proposta la soluzione chirurgica. Esistono vari tipi di presidi chirurgici che, con diversi meccanismi, si prefiggono di migliorare la continenza delle urine.

 

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